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Intervista alla Dr.ssa Wanda Ielasi, antropologa, psicoterapeuta, vicepresidente Associazione Psicologi per i popoli nel mondo
 a cura di Daniela Calzoni

Parliamo di minori nella migrazione
Incontriamo innumerevoli condizioni esistenziali: dal bambino nato in Italia da genitori stranieri o da coppie miste, agli adolescenti cresciuti in patria da altri adulti di riferimento e poi ricongiunti, ai minori non accompagnati, a coloro che hanno seguito i genitori o il genitore in terra straniera, ai bambini rifugiati o giunti attraverso il processo di adozione internazionale. Ogni situazione presenta delle peculiarità psicologiche ed esistenziali che sarebbero meritevoli di specifica attenzione.
Innanzitutto non c’è una perfetta corrispondenza biunivoca tra il nostro concetto di minore età e quello abbracciato da altre comunità culturali. Da un punto di vista giuridico, tutti i paesi sottoscrittori della Convenzione Onu sui Diritti del Fanciullo (New York, 1989) riconoscono la minore età sino ai 18 anni. Sappiamo anche, però, che in molte aree geografiche del mondo prevalgono sulle leggi di stato, le leggi consuetudinarie e le leggi coraniche. Adolescenti non accompagnati, ad esempio, richiamano l’urgenza di un nostro intervento di tutela, quando, a casa propria, sono considerati e vivono come giovani adulti.


Cosa vuol dire “genitorialità altre”?
Mentre noi siamo abituati ad una responsabilità genitoriale nucleare, propria della coppia madre/padre, rispetto al benessere dei figli, in tantissimi altri contesti ad impronta comunitaria, è la famiglia allargata se non l’intero quartiere o villaggio a condividere la cura e l’educazione dei piccoli: i riti della nascita e dell’attribuzione del nome sottolineano l’appartenenza primaria del neonato alla comunità, cui segue l’affidamento sociale alla madre. In questi casi prevale il diritto sociale su quello individuale. Spesso queste stesse comunità prevedono una distinzione di ruoli e funzioni – a valenza anche valoriale – tra i generi. La madre è abituata a vivere nel gruppo delle donne, dove apprende e condivide le competenze di cura.
Diventa evidente che la migrazione non spezza solamente la continuità esistenziale individuale, ma priva anche dei riferimenti comunitari e sociali, indispensabili per garantire un buon contenimento emotivo alla prole. La madre e poi entrambi i genitori garantiscono, dalla nascita all’età adulta, uno schermo paraeccitatorio, protettivo nei confronti degli stimoli esterni ed interni che possono perturbare l’armoniosa crescita del bambino: nella migrazione è il genitore stesso protagonista di uno sforzo di ristrutturazione delle proprie attitudini vitali, il cui esito sarà decisivo anche per le capacità di adattamento creativo dei figli.
I genitori nella migrazione possono essere in difficoltà nello svolgere quelle funzioni psicologiche di base che Winnicott individua come fondamentali al fine di garantire nel bambino lo sviluppo di un nucleo identitario sufficientemente stabile e un incontro creativo e protetto con il mondo. La madre, o chi comunque si occupa del bambino, deve sentirsi sufficientemente sicura ed in sintonia con il mondo in cui vive, per poterlo porgere, dopo averlo in qualche modo ‘predigerito’, al proprio piccolo.

Quanto sono vulnerabili i minori migranti? Quali sono i loro possibili destini evolutivi?
I bambini sono più vulnerabili, con minori strumenti di fronte alle avversità delle vita, ma sappiamo anche che sono dotati di eccezionale elasticità, proprio perché meno irrigiditi in abitudini difensive consolidate: sono più resilienti degli adulti, ovvero più capaci di reagire costruttivamente se investiti da traumi esistenziali.
Lo studioso Mazzetti  descrive  quattro possibili destini psicologici dei piccoli migranti, destini che peraltro condividono anche gli adulti nella migrazione:
1. Il piccolo può mettere in campo le proprie risorse e beneficiare di quelle altrui, al fine di costruire una doppia cittadinanza, in cui la cultura di origine, familiare, e quella adottiva si integrano con sufficiente armonia; non prevale il vissuto di privazione, di scelta forzata, oppositiva - ‘o sono italiano o sono straniero’ - tra i due patrimoni, ma la possibilità di attingere ad entrambi, sviluppando un’identità quantomeno biculturale;
2. All’opposto c’è l’opzione più sofferta, in cui il minore è vittima di quello che vive come uno scontro inconciliabile tra le due ipotetiche appartenenze e rinuncia quindi ad appartenere: diviene un apolide culturale, depauperato di ogni possibilità di riferimento identitario stabile. La scelta non si può compiere, è vittima di una sorta di indecidibilità. Questo sviluppo può portare a gravi disagi psicologici, ad agiti contro di sé e a condotte antisociali, nello strenuo tentativo di trovare un limite contenitivo e un’appartenenza di gruppo;
3. Infine ci sono i due percorsi intermedi in cui il minore si orienta verso un’appartenenza culturale, a scapito dei benefici che otterrebbe dal lasciarsi attraversare anche dall’altra: può arroccarsi, trincerandosi nella cultura di origine e rifiutando stimoli ed opportunità presenti nel nuovo contesto di vita della migrazione.
4. Viceversa, può identificarsi completamente nelle abitudini di vita e quindi nei valori della cultura di accoglienza, cavalcando il bisogno di ‘sentirsi più italiano degli italiani’; in questo caso è portatore di un’istanza di iperadattamento.
Il compito prioritario per questi miori migranti è quello di elaborare una posizione esistenziale in cui sentire di appartenere alla nuova realtà continuando a valorizzare le proprie radici in un altrove. Quando questa possibilità di arricchimento suppletivo è negata, allora assistiamo a derive dall’aspetto multiforme: depressioni infantili, agiti antisociali, condotte tossicofiliche, scontri generazionali, isolamento sociale, identificazione mimetica e adesiva con la sola realtà del paese di accoglienza o l’estremizzazione dell’identità di origine, soprattutto religiosa. Un esempio di quest’ultima possibile evoluzione del disagio, è il caso della radicalizzazione islamica in alcuni giovani,quale fenomeno di ‘etnicizzazione di uno spazio di esclusione sociale’ : è il caso dei giovani attentatori islamici, nati e cresciuti ad esempio in Gran Bretagna o in Francia, arrivati alla laurea, per poi scontrarsi con la discriminazione sotterranea del mondo del lavoro, che decidono di intraprendere una guerra violenta in nome di una patria il cui suolo spesso non hanno mai calpestato, riconoscendosi in una Umma, comunità dei fedeli, Transnazionale. Essi spesso hanno vissuto una triplice rottura: con il paese di origine, con la famiglia e con il paese d’accoglienza. Ovviamente si tratta di un esempio che riguarda pochi ragazzi rispetto alla massa dei migranti di seconda generazione, ma è rappresentativo delle implicazioni sociali, politiche e tecnologiche del disagio individuale nella migrazione.

Cosa possono comportare i ricongiungimenti familiari?
Attenzione particolare va data a quei bambini che subiscono un lunga separazione dai genitori. Nel momento in cui avviene il ricongiungimento, sia in patria che nella terra di accoglienza, entrambe le parti scoprono che c’è una dolorosa discrepanza tra l’evento immaginato e la realtà.
Molti minori vengono affidati prima del viaggio migratorio a parenti che si prenderanno cura di loro in attesa che i genitori possano farsene carico nuovamente. Accade spesso che tali figure, spesso i nonni, diventino, nel corso dei tempi di separazione - che sono sempre più dilatati rispetto alle previsioni iniziali - le reali figure di riferimento. Quando i genitori tornano, per una breve vacanza ad esempio, pensando di ritrovare i propri bambini, al loro posto incontrano piccole persone che sono cambiate, anche grazie, o a causa, del mutamento di assetto familiare e affettivo. Alcuni hanno raggiunto un precoce livello di autonomia che li rende insofferenti all’autorità genitoriale, che non riconoscono più opportuna, altri hanno dirottato altrimenti i propri investimenti affettivi e si sentono disorientati di fronte ad una moltiplicazione di referenti genitoriali.
I minori, bambini e adolescenti, possono ritrovarsi nella fatica di dover elaborare un doppio lutto quando si realizza finalmente il sogno di raggiungere i genitori in terra di migrazione: dopo aver vissuto per degli anni con i nonni o altri familiari, si vedono costretti a lasciarli per andare a vivere con dei genitori che non riconoscono più. A questo si aggiunge lo scontro con una realtà migratoria diversa, rispetto a quella edulcorata, introiettata attraverso i racconti e le telefonate, a lacrime trattenute, dei genitori.
La fatica emotiva legata all’adattamento alla nuova realtà, può esacerbare i moti di risentimento e ribellione - fisiologici all’elaborazione dell’abbandono di cui si sono sentiti oggetto passivo - che, una volta ricongiunti, i ragazzi si possono permettere di esprimere. Da parte loro i genitori, che finalmente possono coronare il sogno della famiglia riunita, sperimentano rabbia e mortificazione per la supposta ‘ingratitudine’ dei figli, che a loro giudizio non sono in grado di capire l’enorme e protratto sacrificio compiuto in loro nome.

Come possiamo tutelare e sostenere i minori migranti?
Il minore hai dei bisogni e gode di tutele che obbligano la famiglia ad una frequentazione istituzionale; allora scuola e servizi sanitari possono diventare arene in cui si giocano i conflitti irrisolti ad ogni livello: familiare, sociale, politico. Non è raro che siano proprio i più giovani a tradurre e quindi a ‘tradire’ la sostanza emotiva e culturale delle vicende di vita dei genitori e della società. Questa funzione di mediazione può metterli in difficoltà: si invertono i ruoli e si gestisce un potere che sovverte l’ordine ‘naturale’ dei ruoli stratificati genitori/figli, maschile/femminile, soprattutto in quelle culture in cui c’è una chiara e marcata definizione degli stessi.
E’ importante il lavoro di accompagnamento ad un’integrazione il più possibile riuscita per il benessere dei minori, ad esempio favorendo il processo di familiarizzazione dei genitori con i servizi disponibili, introducendoli ad un uso corretto degli stessi, in una cornice di diritti e doveri condivisi; predisporre spazi in cui gli adulti si confrontino con i propri fantasmi di attesa e paura, in modo che non vengano riversati tout court nel contenitore-figlio. A volte anche i traumi vissuti dai genitori - in situazioni, ad esempio, di esilio forzato per motivi di guerre o persecuzioni, non sufficientemente elaborati - diventano materia di identificazione per i figli, che pur non avendoli vissuti in prima persona, vivono il vincolo inconscio di farsene carico.
Rendere i nostri servizi più accessibili e ‘familiari’, non significa solo sollecitare e indurre un avvicinamento da parte dell’utenza straniera, ma richiede anche una rivisitazione critica degli stessi: dall’organizzazione pratica ai valori e agli obiettivi che ne sostengono l’operatività; comporta una riflessione circa le disposizioni interne che ci animano e le azioni che compiamo. Infine, e lo vediamo quotidianamente con i fatti di cronaca, la cura, l’educazione, la tutela dei minori stranieri ci porta al cuore delle politiche migratorie avanzate dalle amministrazioni in cui ci troviamo a lavorare. Dalla nostra prospettiva privilegiata, in quanto operatori con competenze specifiche riguardo le problematiche migratorie, possiamo agire a livello civile per la promozione di politiche sociali che vadano nella direzione della tutela del benessere della collettività: dei cittadini ‘autoctoni’ e dei cittadini che provengono da un ‘altrove’.

Quali sono i modelli di cura dei bambini nella primissima infanzia?
I modelli di cura e gli stili educativi che spontaneamente un genitore agisce, portano in sé, come ogni espressione umana, gli stimoli culturali introiettati e incorporati durante la propria esistenza. Il modo di curare la gravidanza, il parto, l’allattamento, lo svezzamento, il sonno e tutte le tappe evolutive dei piccoli,varierà quindi tra le società umane. L’etnopuericultura si occupa di indagare questa varietà di accudimenti parentali.
Nelle nostre società,che diventano sempre più pluralistiche grazie all’apporto migratorio, convivono genitorialità molto diverse. Lo stile occidentale, definito a basso contatto, è caratterizzato da uno scambio comunicativo adulto/bambino che privilegia il canale visivo e uditivo-verbale a detrimento di quello epidermico; altre società invece sono improntate ad un tipo di cura ad alto contatto: nei primi anni di vita il neonato vive a stretto contatto corporeo con la madre: dorme con lei, gode di un protratto allattamento al seno, si muove legato al suo corpo.
La qualità delle cure dipende da prassi tradizionali che affondano la propria ragione d’essere anche nei culti locali e nelle ontologie umane: ogni cultura risponde attraverso le proprie pratiche, tra le altre, alla domanda: ‘chi è il bambino? quale natura possiede?’.
Anche nella migrazione – e forse ancora di più, vista la lontananza dagli affetti e dal supporto della comunità di appartenenza - il genitore ha l’esigenza di rispettare le norme e i cerimoniali considerati indispensabili per accogliere e accudire adeguatamente il proprio bambino.
Secondo tradizioni consuetudinarie africane ad esempio, meticciate con la cultura musulmana, il mondo invisibile è popolato anche da Jnun (plurale di Jinn): spiriti benefici o malefici le cui attenzioni possono essere pericolose. Per sottrarre i propri piccoli ai loro sguardi potenzialmente invidiosi, le madri adottano determinate condotte precauzionali sia durante che dopo la gravidanza. E’ ad esempio sconsigliato che una puerpera transiti nei luoghi di sepoltura degli antenati, o esca di casa a mezzogiorno quando il sole è più forte, oppure che stazioni presso un incrocio viario: si tratta di situazioni in cui potrebbe incorrere in un jinn, capace di scacciare il feto dal ventre materno per prenderne il posto; l’incidente darebbe luogo alla nascita di malformazioni o altre anomalie. Dopo la nascita la madre avrà cura di proteggere sempre il corpo del piccolo, ad esempio evitando di appoggiarlo sulla terra nuda, potenziale veicolo per gli esseri invisibili.
Nella migrazione, se non se ne conoscono i significati, questi atteggiamenti possono dare adito a fraintendimenti, allarmare e indurre una messa in discussione delle abilità genitoriali: un gesto di protezione può diventare, dal nostro punto di vista, segnale di disinvestimento affettivo.
L’evento della nascita in molte culture non è un fatto privato, ma al contrario coinvolge la comunità.
Il processo di umanizzazione del nascituro comincia con la nominazione: essa avviene in genere al settimo giorno di vita e prevede la partecipazione della comunità. Nella migrazione, alla nascita del figlio i genitori interrogano le proprie famiglie di origine e saranno loro a stabilire il nome o più spesso i nomi - uno per ogni gruppo familiare – e la scelta sarà insindacabile. Solo in seconda battuta la coppia sceglierà un nome o più nomi di proprio gradimento. La discendenza è in genere patrilineare: la progenie prende il cognome del papà.
L’arrivo di un bambino non riguarda solo la madre o la coppia di genitori, ma compete a tutta la comunità. Come per ogni altro aspetto esistenziale, anche la cura dell’infanzia ha una matrice comunitaristica. L’individuo ha significato solo se si pone al servizio dei due gruppi di appartenenza: quello della comunità dei familiari viventi e quello degli antenati. Come individui non si esiste mai da soli.
Il bambino è quindi un essere strano proprio in quanto potenzialmente ‘estraneo’: proviene da un altro mondo, perlopiù inaccessibile ai comuni mortali, e la sua identità è nascosta, va ricercata. Esso quindi è sia soggetto ambivalente – è giunto in questo mondo ma è ancora nostalgico della precedente esistenza – che oggetto di ambivalenza: suscita allo stesso tempo moti protettivi – non dispone ancora dell’autonomia e degli strumenti per adattarsi alla nuova vita – e sentimenti di diffidenza ed estraneità – proviene da un mondo abitato da forze oscure. Tale ambivalenza è esasperata quando nascono bambini fuori dal comune: albini, gemelli, malformati o affetti da disabilità. In quanto eventi straordinari essi segnalano un disordine nell’equilibrio tra mondo visibile e invisibile e richiedono l’intervento di un esperto, lo stregone, che aiuti i familiari ad orientarsi in questa genitorialità diversa. E’ necessaria una ricerca di senso, attraverso processi di divinazione, quali ad esempio il lancio di conchiglie, sassolini od ossicini. La dimensione religiosa, del sacro, alla quale ogni nascituro appartiene, soccorre sempre quando interviene un evento dal significato oscuro. La nascita di un figlio con difficoltà, rappresenta sempre un evento traumatico e soprattutto in terra di migrazione – ove mancano gli strumenti e gli attori terapeutici - essa può congelare e inceppare dolorosamente le relazioni familiari. Conoscere, in quanto operatori della salute, le cosmogonie entro cui le famiglie migranti accolgono i nuovi nati, può essere di aiuto al fine di accompagnare i processi di elaborazione emotiva.
Sicuramente i neonati e i bambini in genere sono le persone più vulnerabili di una comunità: quando sono protagonisti di eventi funesti, malattie, infortuni o morti, non è detto però che siano loro i destinatari originari della sventura ed è quindi necessario ricercarne le cause ed il significato all’interno della cerchia parentale.
Conoscere, in quanto operatori della salute, le cosmogonie entro cui le famiglie migranti accolgono i nuovi nati, aiuta a contestualizzare - e se lo si ritiene opportuno a sostenere - comportamenti di cura all’apparenza incomprensibili o peggio allarmanti. E’ altrettanto importante però non compiere delle generalizzazioni indebite e pensare, lasciandosi prendere da eccessivo esotismo, che tali comportamenti esauriscano la gamma di possibilità di cura adottabili da una coppia migrante nei confronti dei propri figli. I processi culturali – loro e nostri – anche di puericultura, sono sempre in scambio fluido e in continua ridefinizione.

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