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Ragazzi che sbadigliano, professori frustrati: un nuovo film italiano fotografa una realtà desolante


La distanza è abissale: da una parte i ragazzi cresciuti a pane e tv, sì e no un paio di libri sfogliati, nessuna fiducia negli adulti. Dall’altro gli insegnanti sopraffatti dalla noia, venti-trent'anni di lezioni tutte uguali, uno stipendio da sussistenza. Non c'è possibilità di dialogo, a meno che sotto la giacca stinta del prof non si nasconda il Robin Williams di L'attimo fuggente o la Michelle Pfeiffer di Pensieri pericolosi. Ma quella è Hollywood.
Nel film La scuola è finita (in concorso al Festival del film di Roma, dove è stato appena presentato, e in sala dal 12 novembre), gli insegnanti hanno parecchi problemi. Ma il regista Valerio Jalongo, che appartiene alla categoria, sa bene di cosa parla: «A partire dal fatto che la mia scuola, il professionale Roberto Rossellini di Roma, è a rischio rottamazione causa riforma» esordisce. «Eppure è l’unico specializzato nella formazione di tecnici per il cinema e la tv». Passando al film, racconta la storia di due prof (interpretati da Valeria Golino e Vincenzo Amato) di un istituto tecnico della periferia romana, neanche troppo scalcinato, «dove nessuno ha interesse per quello che fa e nessun possibile talento viene coltivato. Ci si trascina» spiega il regista. «Oggi la scuola fallisce nel suo obiettivo prioritario: offrire ai giovani un'opportunità, un destino diverso da quello previsto dalle condizioni sociali di partenza». Un quadro davvero desolante, ma Jalongo insiste: «È solo realistico. Manca un sentimento comune di appartenenza, un progetto. Resta la sensazione di soffocamento». Tant’è che il titolo previsto era Laria (scritto così, riprendendo lo strafalcione di uno studente). Poi è diventato La scuola è finita. Resta da chiedersi se, per mitigare, non si poteva almeno mettere un punto interrogativo alla fine della frase. Siccome Jalongo dice di no, giriamo la domanda allo psicologo Nicola Iannaccone, esperto di tematiche giovanili.

 


La prende alla larga: «Nel nuovo Museo del giocattolo di Cormano, vicino a Milano, è riprodotta un’aula dell’Ottocento. Ebbene, è uguale a quelle di oggi. Mi chiede se la scuola è finita? Quella dei banchi, della cattedra e della lavagna, sì. Quella che serve a chi non ne ha bisogno, che non insegna autonomia e responsabilità, che non crea un contatto tra le generazioni, anche. I risultati si vedono: i ragazzi non credono più che l’istruzione serva come promozione sociale». Gli unici professori in grado di creare una breccia sono quelli che puntano sulla funzione educativa, e non solo didattica. Come Emiliano Sbaraglia, che però questo compito è andato a svolgerlo in Senegal (ci ha scritto un libro, Il bambino della spiaggia, Fanucci) da quando, dopo 11 anni di supplenze, è stato tagliato causa riforma Gelmini: «A me piace insegnare. Il rifiuto che i ragazzi hanno della scuola è irrazionale. Se lavori sulla relazione, i risultati si vedono. Io li trovavo demotivati e in due mesi li riprendevo. Molto più difficile il rapporto con i colleghi: se dopo 30 anni non ne puoi più, meglio lasciare». Ma è possibile catturare l’attenzione di studenti aspiranti veline/ tronisti sul latino? «Facile» risponde Sbaraglia. «Ai tempi dell’elezione di Obama, ho spiegato la sua retorica facendo ricorso a Cicerone. Gli studenti a casa accendevano il Tg». Tra chi non molla, nonostante lo sconforto, c’è Mila Spicola, docente di educazione artistica in una media alla periferia di Palermo e autrice di La scuola s’è rotta (appena pubblicato da Einaudi): «La difficoltà principale è far sentire ai ragazzi la distanza tra te e loro. Se non c’è senso dell’autorità, se in famiglia nessuno glielo spiega, non c’è neanche disciplina. Purtroppo però molti colleghi, stremati dai tagli, da classi sovraffollate e dal generale svilimento della professione, hanno perso l’autostima. Ma i ragazzi riflettono noi adulti: se non credi in quello che fai, nessuno ti rispetta più».


Intanto avanza qualche prova di dialogo.
C’è “A scuola senza zaino” che, dopo anni di rodaggio in
Toscana, è in partenza in altre regioni. Ci sono tre scuole - Rinascita Amleto Livi di Milano, Scuola-Città Pestalozzi di Firenze e Don Milani di Genova - che stanno sperimentando un modello educativo basato sulla partecipazione degli studenti, che permetta loro, si legge nella presentazione, «di avere la parola, avere il “potere”, sentirsi parte dell’istituzione».
«Alcuni istituti tecnici di Milano si sono convertiti al fotovoltaico, producono energia per sé e la vendono», dice Iannaccone. «I ragazzi si entusiasmano, perché vengono coinvolti. Lo stesso vale per i progetti di “aula 2.0” in altri istituti, dove si studiano spazi flessibili adatti alle nuove tecnologie». E comunicare diventa più facile.


A lezione di fiducia. Niente compassi, astucci, righelli: è tutto in classe. Da casa si portano solo i quaderni dei compiti, in una cartellina leggera. L’aula ha i banchi raggruppati per aree di lavoro, un angolo laboratorio, un altro dedicato alla lettura. È il progetto “A scuola senza zaino” (senzazaino.it) in atto in 25 istituti, la maggior parte in Toscana. «Le aule italiane sono progettate per la lezione frontale, con i banchi di fronte alla cattedra. Le nostre sono attrezzate per attività di gruppo, con i materiali - enciclopedie, computer, ma anche squadre e regoli - a disposizione dei ragazzi» spiega Marco Orsi, dirigente del 5° circolo didattico di Lucca e autore di A scuola senza zaino (Erickson edizioni). «Siamo partiti nel 2002 con materne ed elementari. Ora cominciamo con le medie». L’obiettivo è migliorare la relazione tra alunni e insegnanti: l’adulto responsabilizza i bambini, loro gli danno fiducia. «Se si crea una buona relazione già alle elementari, l’apprendimento diventa più efficace e la motivazione allo studio più forte». L’importante è puntare sull’autonomia e sui talenti: «Uno dei difetti della scuola italiana è la standardizzazione: tutti fanno le stesse cose. Noi cerchiamo di sviluppare le potenzialità di ciascuno».


Di Cristina Lacava

Fonte: www.corrieredellasera.it

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